NUCLEO

Lungo le sponde del Fiume Garigliano, linea di confine tra Lazio e Campania, sorge una delle tanto discusse centrali nucleari italiane.
La centrale del Garigliano, che sorge nel territorio di competenza del comune di Sessa Aurunca, il cui cantiere fu inaugurato nel 1959 con l’obiettivo di ultimarli entro il 2 dicembre 1962. Termine questo che non fu rispettato perché le frequenti piene del fiume Garigliano costrinsero gli operai a lavorare fino al 1964, anno in cui la centrale entrò in funzione, pur non avendo alcuna licenza di esercizio. Fu solo nel 1967 che ottenne il permesso, perciò durante i suoi primi tre anni di attività la centrale era stata abusiva.
La centrale del Garigliano è l'unica centrale nucleare ad aver chiuso i battenti prima dello storico referendum dell’8 e 9 novembre 1987 quando l’Italia disse no all’uso dell’energia atomica. Il quorum per tutti e tre i quesiti fu largamente raggiunto e i «sì» furono nei tre casi superiori al 70%.
La centrale negli anni di esercizio è andata incontro a diversi incidenti più o meno rilevanti, soprattutto dovuti alle esondazioni del fiume sulle cui sponde sorge.
Poco dopo l’apertura, nel marzo del 1964, si ruppero i prigionieri delle valvole di intercettazione del circuito primario. L’anno successivo furono rinvenuti danneggiamenti all’interno della struttura interna del reattore. Un anno dopo l’altro i tecnici della centrale trovavano sempre qualcosa da riparare.
Nel 1970 per un guasto mancò l’energia elettrica in grado di azionare il sistema di raffreddamento. Sia il circuito principale che il secondario andarono in tilt. Si ricorse al generatore di emergenza, che si fermò. Si evitò la catastrofe per pochissimo, riuscendo a ottenere nuovamente l’alimentazione elettrica dalla linea esterna.
Infine il 16 novembre del 1979 il Garigliano, in piena, allaga una vasta area dell’impianto nucleare. Il “locale resine”, una vasca dove viene passata l’acqua utilizzata per il ciclo di raffreddamento del nucleo prima di essere riammessa nell’ambiente esterno, presenta una falla da cui esce acqua fortemente radioattiva con livelli di cesio 137, cesio 134, cobalto 60, stronzio 90 molto superiori anche rispetto alle normative dell’epoca.
Dopo decenni di battaglie ambientaliste, solo da qualche anno ha iniziato a diradarsi il velo di silenzio sull’intera vicenda dell’ecomostro nucleare del Garigliano, chiuso nel 1979 a seguito dei ripetuti incidenti, di cui a tutt’oggi si possiede solo una documentazione parziale.
L’assenza, tuttora, di un sito nazionale per il trattamento e la rigenerazione delle scorie radioattive, ha costituito per anni uno dei principali dubbi sul loro effettivo smaltimento, soprattutto durante il periodo di funzionamento della centrale elettronucleare del Garigliano.
Sull’interramento dei rifiuti nucleari, in seguito alla chiusura della centrale, circa 3.000 mc di materiali a bassa e media intensità seppellitti a 50cm di profondità nel terreno dell’area della Centrale del Garigliano, la procura di Santa Maria Capua Vetere nel mese di dicembre del 2012 ha aperto un fascicolo per disastro ambientale. Nelle indagini, coperte da segreto istruttorio, la Guardia di Finanza avrebbe sequestrato alla SOGIN i registri di scarichi liquidi ed aeriformi che sarebbero stati compilati a matita. Il nucleo sommozzatori ha invece prelevato dei campioni per le analisi nelle acque le fiume e della foce del Garigliano. Le attività di analisi, condotte dai tecnici del CISAM, organismo militare specializzato nel settore ambientale, con particolare riferimento alla difesa dalle radiazioni ionizzanti (radioattività) e non ionizzanti (onde elettromagnetiche) non avrebbe rilevato rischi per l’ambiente e per le popolazioni.
Ad oggi, nessuno studio epidemiologico è stato fatto dal Ministero della Sanità per sapere cosa è successo realmente. Mentre gli ambientalisti sono in attesa dell’avvio del registro provinciale dei tumori.
Tra i pochi dati certi, va registrato il censimento dei vitelli nati tra il 1° gennaio 1979 ed 31 ottobre 1980, tra i quali emerge il dato che su 389 capi nati nell’area A, ovvero ad 1km di raggio dalla centrale, si verificarono 12 casi di maformazione (incidenza del 3%), contro i 6 casi su 745 (0,9%) della zona B (da 1 a 6km di raggio dalla centrale; ed 1 solo caso di malformazione su 1577, nella zona C (da 6 a 40 km di raggio). Nella zona A quindi il fenomeno registrato è 33 volte più elevato che nella zona C, 9 volte più elevato nella zona B rispetto alla C.
Una relazione del 1983, sulle quattro campagne radiologiche condotte dall’ENEA tra il 1980 ed il 1982, su un’area di 1700 kmq, a firma dei ricercatori A. Brondi, O. Ferretti e C. Papucci dal titolo “Influenza dei fattori geomorfologici sulla distribuzione dei radionuclidi. Un esempio: dal M. Circeo al F. Volturno”, documenta l’azione di contaminazione radioattiva, legata ai radionuclidi di cesio-137 e cobalto-60, dell’area del golfo di Gaeta a seguito dei rilasci degli effluenti liquidi della centrale del Garigliano conclude dicendo che le zone di massimo accumulo dei radionuclidi sono state individuate nell’area terminale del fiume Garigliano; per l’ambiente marino, nella fascia compresa tra le batimetrica 40-70 m e nell’interno del golfo di Gaeta.
La stessa relazione riportava che “le attività del Cesio137, nei primi due centimetri dei fondali antistanti il golfo di Gaeta, nelle aree di maggiore concentrazione, corrispondono a 7millicurie/kmq (259MBq/kmq)”, mentre gli “inventari di Plutonio 239,240 nei sedimenti erano particolarmente elevati (da 2 a 4 volte le deposizioni da fallout, pari a 81 Bq/mq a queste latitudini), sono stati rilevati nell’area fra le batimetriche di 30 e 50m”. Anche questi dati però vanno valutati tenendo conto che l’area marina interessata dalla ricerca era, ed è tuttora, attraversata dalle navi, dalle portaerei e dai sottomarini a propulsione nucleare della VI Fotta della U.S Navy, di stanza a Gaeta.
Tra il 1971 ed il 1980, dai registri dell’USL LT6, risulta che nell’ospedale “Dono Svizzero” di Formia (LT), ospedale che serviva una vasta area compresa tra i comuni di Formia, Minturno, Sessa Aurunca, Roccamonfina, Castelforte e SS.Cosma e Damiano, sono nati 15.771 bambini, tra i quali sono stati registrati 90 casi di malformazione genetiche.
Il dato relativo all’ospedale “Dono Svizzero” di Formia registra un numero progressivo di gravi malformazioni neonatali: da 5 (1971) a 6 (1974), a 12 (1976), a 13 (1978, 1979, 1980), per un totale di 90. Tra le malformazioni casi di anecefalia e numerosi casi di cardiopatia congenita, oltre che polidattilia e sindattilia, macrosomia, sindromi polimalformative da alterazioni cromosomiche, microcefalie, macrocefalie, schisi del palato, trisomie, acondroplasie, ipospadie balaniche, etc.
L’incidenza di tumori e leucemie nella piana del Garigliano, secondo i dati raccolti e pubblicati da Marcantonio Tibaldi (un ambientalista che ha dedicato 40 anni della sua vita per denunciare i danni causati dalla centrale), tra il 1972 ed il 1978, sarebbe stata del 44%.

13 images | slideshow

loading